Sempre più «garlascologi»: perché è importante rilevare i 3 marcatori e farsi le 3 domande.

Il 20 agosto 2026 il titolo di un quotidiano nazionale ha messo in circolazione una parola che fino a poco tempo fa non esisteva: «garlascologi». Né complimento né insulto: una diagnosi lessicale. In questo articolo farò tre cose. Primo, mostrerò che cosa fa esattamente il suffisso «-logo» quando viene agganciato al nome di un caso giudiziario. Secondo, indicherò i tre marcatori che permettono di distinguere un professionista da un “garlascologo”, senza dover conoscere il fascicolo. Terzo, proporrò tre domande da porsi prima di dare credito a una ricostruzione. Non entrerò nel merito giudiziario: il piano di questa analisi è quello comunicativo, non quello probatorio.

Garlascologi: un suffisso che fabbrica una disciplina

Il suffisso «-logia» non designa un argomento: designa un sapere. Promette un oggetto di studio, un metodo che lo indaga e criteri espliciti che permettono di dire quando una conclusione è sbagliata. È per questo che «criminologia» e «genetica forense» sono discipline, mentre «garlascologia» non lo è e non potrebbe esserlo. Un sapere si riconosce dalla portabilità: i suoi criteri funzionano anche su casi che non si sono mai visti. Un repertorio, al contrario, funziona su un fascicolo solo, perché è fatto di dettagli mandati a memoria: orari, tabulati, tracce, nomi di consulenti, numerazione dei reperti.

Qui sta l’operazione comunicativa. Il suffisso trasferisce sul repertorio l’autorevolezza che spetta alla disciplina. Chi ha memorizzato diciannove anni di atti su una singola vicenda non ha acquisito una competenza: ha acquisito una familiarità. La familiarità è preziosa in un archivio, è fuorviante in una analisi, perché produce sicurezza espositiva senza produrre criteri di controllo. E la sicurezza espositiva, in televisione e sui social, è esattamente ciò che viene scambiato per competenza.

Speculare, due volte

La lingua italiana offre qui una coincidenza troppo utile per ignorarla. «Speculare» è un verbo che significa trarre profitto da una situazione, e «speculare» è un aggettivo che significa simmetrico, riflesso come in uno specchio. Le due cose, in questa vicenda, coincidono. Il dibattito pubblico si è organizzato in due schieramenti che si accusano reciprocamente di tesi precostituita adoperando, però, la medesima grammatica: entrambi presentano elementi parziali come definitivi, entrambi leggono ogni dubbio tecnico altrui come una vittoria morale propria, entrambi trattano la prudenza dell’avversario come reticenza e la propria come rigore. L’errore è simmetrico. Ed è proprio la simmetria a rendere la speculazione redditizia. Una domanda condivisa produce un pubblico; due tifoserie contrapposte ne producono due, più il pubblico che assiste allo scontro fra le due. Il conflitto non è un effetto collaterale della copertura: ne è il motore economico. Va detto con chiarezza, perché è una constatazione di struttura e non un processo alle intenzioni delle singole persone coinvolte.

Primo marcatore: la competenza è sull’oggetto, non sul metodo

Il test è semplice e non richiede di sapere nulla del fascicolo: si chiede alla stessa persona di applicare il proprio criterio a un caso diverso. Chi possiede un metodo lo enuncia prima di vedere il materiale, perché il criterio viene dalla disciplina e non dal file. Nell’analisi della comunicazione non verbale, per esempio, una conclusione diagnostica non si ricava mai da un segnale isolato: richiede la tripla concordanza fra canale verbale, paraverbale e non verbale, cioè la compatibilità reciproca dei tre canali, che è cosa diversa da una conferma per ripetizione. È un criterio formulabile in astratto, verificabile, e soprattutto capace di produrre un esito negativo. Chi possiede soltanto un repertorio non può fare questa operazione: può commentare il materiale, non può dire in anticipo che cosa lo smentirebbe.

Secondo marcatore: il condizionale che evapora

Una ipotesi entra quasi sempre nel discorso con la forma corretta: «sarebbe emerso», «risulterebbe compatibile». Il punto da osservare non è l’ingresso, è l’uscita. Dopo qualche passaggio la stessa proposizione ricompare all’indicativo, priva di attribuzione e priva di fonte, perché la forma affermativa è più breve, più ritmica e più facile da ripetere. La verifica è alla portata di chiunque e non costa nulla: si confronta la forma verbale di una affermazione all’inizio di una trasmissione con la forma verbale della medesima affermazione venti minuti dopo. Se il condizionale è evaporato senza che sia intervenuto un atto nuovo, quella è una notizia costruita dalla ripetizione, non dall’istruttoria.

Terzo marcatore: il calendario detta la scoperta

La data del 28 settembre 2026, termine delle indagini preliminari fissato dalla Procura di Pavia, è un fatto procedurale. Ma da mesi funziona anche come calendario editoriale: una scadenza pubblica obbliga a riempire lo spazio che la precede, e ogni puntata deve superare la precedente per giustificare la propria esistenza. Da qui l’inflazione della parola «svolta», applicata anche ad atti istruttori ordinari. Il segnale rivelatore, però, è un altro: fra gli esiti possibili di quella data c’è la richiesta di una ulteriore proroga, cioè l’ipotesi procedurale più prosaica e meno spendibile sul piano narrativo. Quando un esito plausibile riceve sistematicamente meno spazio di uno spettacolare, la selezione non sta seguendo il fascicolo, sta seguendo la scaletta.

Che cosa non è garlascologia

Una precisazione necessaria, perché la critica indiscriminata sarebbe speculare all’eccesso che denuncia. Non è garlascologia il cronista che verifica e attribuisce; non lo è il consulente tecnico che deposita un elaborato e ne risponde professionalmente; non lo è la critica garantista che difende la presunzione di innocenza di chiunque, condannato in via definitiva o indagato che sia. Il problema non è la quantità di copertura, è la confusione fra due piani: il piano dell’accertamento, che ha regole, tempi e contraddittorio, e il piano della narrazione, che ha ascolti. Del resto la linea istituzionale è la stessa: il comunicato del Garante per la protezione dei dati personali del 15 maggio 2026 non ha chiesto il silenzio, ha richiamato il principio di essenzialità dell’informazione e la dignità delle persone coinvolte, vittima e familiari compresi, di fronte a una spettacolarizzazione definita morbosa.

Tre domande prima di dare credito

La prima riguarda l’ordine delle operazioni: il criterio è stato enunciato prima o dopo aver visto il materiale? La seconda riguarda la reversibilità: lo stesso criterio verrebbe applicato con lo stesso rigore se conducesse alla conclusione opposta a quella sostenuta? La terza riguarda la durata: che cosa resta di questa competenza il giorno in cui il caso si chiude? Chi ha un metodo sopravvive alla chiusura del fascicolo, perché porta il metodo altrove. Chi ha un repertorio, no, e questo spiega perché una parte del dibattito abbia un interesse oggettivo a che la vicenda non si chiuda mai.

In sintesi

Riassumo quanto ho sostenuto. Il termine «garlascologi» non descrive un eccesso di attenzione, descrive una sostituzione: il repertorio su un caso singolo che prende il posto del metodo trasferibile, con il suffisso a fare da garanzia. I tre marcatori che rendono riconoscibile questa sostituzione sono la competenza ancorata all’oggetto anziché al metodo, il condizionale che evapora nel corso della stessa esposizione, e la scoperta che segue il calendario anziché gli atti. E la speculazione, in questa vicenda, è due volte speculare: perché è simmetrica fra gli schieramenti e perché proprio da quella simmetria ricava il proprio rendimento.

L’invito è pratico, e vale per chi guarda come per chi viene invitato a parlare. Alla prossima trasmissione, applicate le tre domande: è un esercizio di due minuti che restituisce una competenza difensiva permanente, spendibile su qualunque caso futuro. E se il vostro lavoro vi porta davanti a una telecamera, a un microfono o a un giudice, verificate prima quale criterio state portando con voi, perché è il criterio, non il dettaglio, ciò che resterà quando il caso sarà chiuso.

Per approfondire: caso Garlasco: comunicazione forense.

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