Tripla concordanza, anziché tripla ridondanza: perché è importante che i 3 canali della comunicazione convergano

I tre canali della comunicazione non ripetono lo stesso messaggio. Capire questo dettaglio terminologico significa capire perché quasi tutte le letture televisive del linguaggio del corpo sono indifendibili in sede tecnica.

L’espressione «tripla ridondanza» circola ovunque nella manualistica divulgativa sulla comunicazione, dove indica il criterio che impone di non trarre conclusioni diagnostiche da un solo canale. Il criterio è corretto, il nome no. La parola giusta è «tripla concordanza», e non si tratta di un vezzo lessicale: la parola sbagliata descrive un’operazione sbagliata, e l’operazione sbagliata produce le conclusioni che vediamo pronunciare ogni sera in televisione sui comportamenti di indagati, imputati, testimoni e familiari.

In questo articolo spiego tre cose. Primo, perché «ridondanza» è un termine tecnico preso in prestito da un altro dominio e perché in comunicazione descrive male ciò che accade. Secondo, che cosa dicono davvero i dati sperimentali sui segnali comportamentali e sulla loro capacità di distinguere una menzogna da una verità. Terzo, come si costruisce una lettura del comportamento che possa reggere in una sede tecnica, e perché il formato televisivo rende quella costruzione strutturalmente impossibile.

Una parola presa in prestito dall’ingegneria

La ridondanza è un concetto di ingegneria dell’affidabilità. Un sistema è ridondante quando replica la stessa funzione su più unità indipendenti, in modo che il guasto di una non comprometta il risultato. Tre calcolatori di bordo che elaborano lo stesso dato e votano a maggioranza sono un sistema a tripla ridondanza. Il presupposto è esplicito: le tre unità devono produrre lo stesso output, e la terza esiste per sostituire le prime due in caso di avaria.

Applicato alla comunicazione umana, quel presupposto è falso. I tre canali non trasportano lo stesso contenuto. Il verbale veicola proposizioni, cioè enunciati che possono essere veri o falsi. Il paraverbale veicola attivazione fisiologica e struttura del discorso: intensità, ritmo, pause, esitazioni, altezza tonale. Il non verbale veicola in prevalenza regolazione della relazione e gestione dello spazio, del contatto, della postura. Sono tre contenuti differenti, non tre copie dello stesso contenuto. Nessuno dei tre può sostituire gli altri, e nessuno dei tre serve a «confermare» gli altri per replica.

Quello che si osserva fra i tre canali, dunque, non è ridondanza da verificare. È concordanza da misurare: la compatibilità reciproca fra informazioni di natura diversa emesse dallo stesso soggetto nello stesso momento. Da qui la scelta terminologica, che uso in modo sistematico: tripla concordanza.

Che cosa misura la tripla concordanza

Il passaggio successivo è quello che viene quasi sempre saltato. Quando i tre canali concordano non si è dimostrato nulla sulla sincerità del soggetto. Si è semplicemente constatata l’assenza di un segnale utile: il messaggio è internamente compatibile, e questo è compatibile tanto con la verità quanto con una menzogna ben costruita o con un racconto ripetuto molte volte.

Quando i tre canali discordano, ciò che si ottiene non è una conclusione ma un indizio direzionale: un punto del materiale che merita attenzione analitica, non un verdetto. La discordanza segnala che qualcosa, in quel punto, richiede una spiegazione. Le spiegazioni possibili sono molte, e la menzogna è soltanto una di esse: stanchezza, imbarazzo, dolore, ostilità verso l’interlocutore, consapevolezza di essere osservati, un ricordo doloroso che nulla ha a che vedere con il fatto contestato.

La concordanza, in altre parole, è un indicatore di secondo ordine. Non descrive il soggetto. Descrive lo stato del messaggio. Tenere ferma questa distinzione è ciò che separa un’analisi difendibile da un’opinione travestita da diagnosi.

Il malinteso che sta a monte: 7-38-55

Buona parte della confusione discende da una formula famosissima e citata quasi sempre al contrario. Le percentuali attribuite ad Albert Mehrabian, sette per cento alle parole, trentotto alla voce, cinquantacinque al corpo, provengono da due ricerche distinte del 1967, condotte su parole singole registrate su nastro e su fotografie in bianco e nero, con sole partecipanti donne, e successivamente combinate dall’autore in un unico rapporto. La critica metodologica è nota da decenni: contesto artificiale, fusione di due disegni sperimentali diversi, campione non rappresentativo, esclusione della postura e di gran parte del repertorio non verbale.

Ma il punto decisivo non è metodologico, è logico. Quelle percentuali non descrivono come si ripartisce il peso della comunicazione in generale. Descrivono come un osservatore inferisce un atteggiamento quando i canali si contraddicono, cioè in condizione di incongruenza affettiva. Mehrabian stesso ha ripetutamente lamentato il fraintendimento. Chi cita 7-38-55 per sostenere che il corpo «vale» il cinquantacinque per cento della comunicazione sta usando un dato sulla discordanza per fondare un’affermazione sulla proporzione. La fonte, se letta correttamente, dice esattamente il contrario di ciò che le si fa dire: dice che i canali vanno confrontati fra loro, non pesati l’uno contro l’altro.

Perché nessun singolo segnale regge

Chi lavora su materiale giudiziario deve sapere quanto poco valgono gli indicatori isolati. La meta-analisi di riferimento in materia, pubblicata su Psychological Bulletin nel 2003, ha combinato milletrecentotrentotto stime relative a centocinquantotto indicatori comportamentali della menzogna. Il risultato complessivo è che gli effetti sono piccoli e che moltissimi comportamenti non mostrano alcun legame apprezzabile con l’inganno. Chi mente tende a essere meno prodigo di dettagli e a raccontare storie meno convincenti, ma nessun gesto, nessuna direzione dello sguardo, nessun grattarsi il naso funziona come marcatore.

Sul versante dell’osservatore il quadro è ancora più netto. La sintesi di duecentosei lavori su ventiquattromilaquattrocentottantatré giudicanti indica un’accuratezza media del cinquantaquattro per cento nel distinguere menzogne da verità senza ausili né addestramento, con il quarantasette per cento delle menzogne correttamente classificate contro il sessantuno per cento delle verità. Tradotto: l’osservatore medio è poco sopra il lancio di una moneta, e sbaglia in modo asimmetrico, perché tende a credere. L’esperienza professionale, di per sé, non migliora significativamente il dato.

Questo non rende inutile l’analisi del comportamento. Rende inutile l’analisi del comportamento fondata sul segnale singolo. Ciò che resta utilizzabile è il rapporto fra i canali, e resta utilizzabile soltanto se sottoposto a controlli.

Le tre verifiche che rendono difendibile una lettura

La prima è la verifica di genesi. Il segnale osservato nasce dallo stimolo, oppure preesiste allo stimolo? Un tremore che compare dopo la domanda e un tremore presente da prima dell’inizio della registrazione sono due oggetti diversi, e solo il primo è in relazione con la domanda.

La seconda è la verifica di baseline. Il comportamento va confrontato con il comportamento abituale dello stesso soggetto, non con una norma astratta né con il comportamento di altri soggetti. Chi gesticola molto per abitudine non sta segnalando nulla gesticolando molto.

La terza è la verifica di concordanza. I tre canali, nello stesso segmento temporale, veicolano informazioni compatibili fra loro? E se non lo sono, la discordanza è locale e circoscritta a un punto del racconto, oppure è diffusa e quindi più probabilmente riferibile allo stato generale del soggetto o alla situazione di ripresa?

Nessuna delle tre verifiche funziona da sola, e le tre insieme non producono comunque un giudizio sulla sincerità. Producono una descrizione motivata di come è costruito un messaggio. In sede peritale è esattamente ciò che è richiesto, ed è anche esattamente il limite oltre il quale un consulente serio non va.

Perché il formato televisivo non può arrivarci

Qui si vede la ragione, strutturale e non morale, per cui la lettura del comportamento praticata nei programmi di approfondimento giudiziario non è trasferibile in una sede tecnica. Il formato lavora per clip. La clip è un frammento selezionato, privo del prima e del dopo, spesso montato, quasi sempre estratto da un contesto di ripresa che il pubblico non conosce.

Su un frammento così, la verifica di genesi non è eseguibile, perché manca ciò che precede. La verifica di baseline non è eseguibile, perché manca il comportamento abituale del soggetto. Resta soltanto l’apparenza di concordanza o di discordanza, cioè il dato meno robusto dei tre, presentato come se fosse il più solido. Non è un problema di competenza di chi commenta: è il materiale a non consentire l’operazione. Un formato costruito sulla clip non può produrre analisi comportamentale difendibile, chiunque sieda in studio.

Ne discende una conseguenza che riguarda chi lavora nel processo. Le letture comportamentali circolate in televisione entrano nella percezione pubblica del caso, e da lì nella pressione che accompagna il procedimento. Il piano è extragiudiziario, non probatorio, ma non per questo è privo di effetti.

In sintesi

Tre punti, e li ricapitolo perché sono operativi. Primo: i tre canali della comunicazione non replicano lo stesso contenuto, quindi fra loro non esiste ridondanza da verificare ma concordanza da misurare, e la terminologia va corretta di conseguenza. Secondo: nessun segnale isolato è diagnostico, i dati sperimentali disponibili lo escludono con chiarezza, e l’osservatore non addestrato si colloca appena sopra il caso. Terzo: una lettura difendibile richiede genesi, baseline e concordanza insieme, e si ferma alla descrizione del messaggio senza pronunciarsi sulla sincerità del soggetto.

Se lavora in ambito investigativo, difensivo o peritale, le propongo un esercizio concreto. La prossima volta che assiste a un commento televisivo su un comportamento, si chieda soltanto questo: chi parla dispone della baseline del soggetto? Se la risposta è no, e quasi sempre è no, ciò che sta ascoltando è un’impressione, non un’analisi. E un’impressione, in un procedimento, non si difende.

Per formazione, consulenza tecnica o analisi su materiale specifico, è possibile prendere contatti con il prof. Felix B. Lecce attraverso www.comunicaforense.it.

Per approfondire: come si legge il linguaggio del corpo in ambito forense.

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